Via Portuense risale al primo secolo d.C., è lunga 24 km e collega Porta Portuensis al porto. L’installazione rappresenta la via nella sua interezza, con la volontà di comprenderne implicitamente le innumerevoli tappe che descrivono la storia del quartiere Portuense. Numerosi gomitoli di lana blu vengono srotolati all’interno del museo. Il colore allude al traguardo di questa strada provinciale, che collega la città di Roma al mare. Ventiquattro chilometri di filo, aggrovigliati tra i pilastri e le opere, ripercorrono non solo metaforicamente ma anche fisicamente la reale estensione della via.
Una linea nera corre veloce sui fogli e intesse figure; come in un
ricamo si delineano: luoghi, persone, monumenti, fiori, arbusti e
flutti ondosi a raccontare un quartiere, la Portuense. Si creano così
quattro pannelli che raffigurano siti di rilevanza storica e
architettonica fantasiosamente reinterpretati in modo giocoso a
costituire un mandala.
Il primo mandala racconta Porta Portese e il suo mercato. Il turbinio
di vortici unisce le onde del Tevere agitato al cielo in tempesta. La
Porta svetta verso il centro città, lasciandosi il pittoresco e
ciarliero mercato alle spalle.
Il secondo mandala rappresenta il Cimitero della Parrocchietta, noto
per i suoi epitaffi e per la curiosa collocazione all’interno di un
intricato snodo viabilistico e in prossimità di un fast food. Qui
viene reinterpretato in chiave poetica sia nella parte grafica che
cromatica. I colori esplodono in un tripudio di fiori, in un cielo
vivace, e nelle mattonelle delle lapidi immobili.
Il terzo mandala è una rivisitazione della locandina di Uccellacci e
uccellini dove, su un fondo di foglie, si stagliano i profili di Pier
Paolo Pasolini e Totò. Una passera al centro richiama la chiesa che i
due autori scelsero proprio perché allusiva del tema del film. E’ priva
di aureola, dato che non è mai esistita una Santa Passera ma è solo il
frutto, così sembra, di una storpiatura mal tramandata nei secoli.
Queste storie nascono dalle voci del quartiere, una testimonianza
diretta delle persone del posto. Raccolte parlando con la gente, su
una panchina, al bancone di un bar o davanti a un portone socchiuso.
C’era chi raccontava con nostalgia, chi con una risata e chi abbassava
la voce, come se stesse svelando un segreto. Alcuni giurano di aver
conosciuto il Sindaco della Piazzetta, altri di aver trovato un verso
dimenticato dal Poeta di Carta, altri ancora di aver acquistato un
oggetto dalla Regina di Porta Portese.
I racconti si intrecciano,
i particolari si confondono.
Ma una cosa è certa, queste storie appartengono alla Portuense e alla
sua gente. È bastato solo dare loro una forma, trasformandole in
immagini.
Gli affreschi absidali della chiesa di Santa Passera prendono vita
attraverso una rivisitazione contemporanea. Il tondo racchiude i
personaggi in uno spazio che simula una sfera, con una visione quasi
grandangolare, divisa in due piani. Ironico pensare che la santa che
dà il nome alla chiesa, in realtà non sia mai esistita. Infatti, si
ipotizza che Passera derivi dalla storpiatura progressiva del nome di
un altro santo.
È però affascinante pensare a questa figura misteriosa ed enigmatica,
senza un volto, proprio come i personaggi che affollano il dipinto.
Il caos delle macchine, i cinguettii degli uccelli, i bambini che
schiamazzano, i venditori del mercato. Un luogo si racconta tramite i
suoi rumori di ogni giorno. Per questo abbiamo scelto di raccogliere
suoni del quartiere registrati in punti diversi e montati insieme a
creare un loop.
L’ascoltatore potrà così immaginare lo spirito di Portuense attraverso
la semplice suggestione sonora.
Una reinterpretazione in chiave moderna di un frammento di un mosaico
rinvenuto presso la necropoli della Portuense.
Realizzato utilizzando tessere provenienti dal litorale romano e
ricoperte con della resina trasparente. Il tutto circondato da lesene
in malta amalgamata con colla vinilica. Questo frammento vuole essere
un omaggio a Dioniso, divinità del vino e della festa, che incarna la
gioia e l’ebbrezza della vita. Le vivaci tessere colorate catturano
l’essenza dell’aldilà, celebrando il culto di una figura che trascende
i confini del mondo materiale, invitando gli spettatori a riflettere
sul piacere e la spiritualità.
Il Cimitero della Parrocchietta raccoglie antiche lapidi su cui sono
incisi brevi aneddoti che descrivono i sepolti. Le voci della comunità
di Portuense dell’Ottocento e del primo Novecento si raccontano in
brevi epigrammi, presentandoci personaggi come “il pazzo”,
“l’innamorato”, “il ragazzo dalla doppia sfortuna”. Per questa sua
peculiarità questo cimitero è stato accostato all’Antologia di Spoon
River di Edgar Lee Masters, in cui l’autore raccoglie le storie degli
abitanti di un’ipotetica cittadina in brevi poesie, riflettendo su
luci e ombre delle loro vite comuni. Questo parallelismo ci ha fatto
immaginare un’Antologia della Portuense di oggi, dove i racconti sono
frutto della fantasia delle autrici ispirati però dalle persone
incontrate nei vari luoghi del quartiere.
Le poesie, presentate su un supporto che ricorda delle lapidi, sono
esposte in modo sparso per il museo, come dei personaggi che si
incontrano nel percorso.
La bancarella si compone di oggetti del quartiere trovati per strada,
come bottiglie di vetro, oppure recuperati a svendite o mercati
dell’usato della zona. Ogni oggetto non è importante in sé, ma per la
storia che lo accompagna, scritta su un’etichetta dove di solito
andrebbe il prezzo. Questo perché il prezzo e, di conseguenza, il
valore dell’oggetto risiede nella sua storia. Le storie sono ispirate
ai racconti degli abitanti del quartiere e alle suggestioni legate
agli oggetti stessi.
Quest’opera si presenta come un mercatino delle pulci, riprendendo un
luogo di spicco del quartiere, Porta Portese, ma anche con l’intento
di creare un collegamento con la storia del Drugstore Museum,
precedentemente un supermercato.
L’opera è interattiva, infatti, come una vera bancarella, durante la
mostra gli oggetti potranno essere venduti tramite baratto, con l’idea
di introdurre lo scambio di una storia per una storia. Così, l’opera
sarà sempre in divenire, mutando di volta in volta gli oggetti e le
storie che propone e dando vita a un nuovo modo di concepire l’atto di
comprare, slegato dal consumismo e, anzi, legato all’idea che gli
oggetti più sono vissuti più hanno valore. Infatti, l’oggetto non
viene visto come bene materiale ma come raccoglitore di esperienze che
ne accrescono l’importanza.
Nella scatola i cioccolatini erano finiti da un pezzo. Chi diceva che
erano piccoli e tondi, chi diceva che avevano un cuore di cioccolato
fuso e chi si ricordava che erano di forme diverse con le nocciole. Ma
ormai da anni la scatola era vuota e con il tempo c’erano finiti dentro
bottoni, fili per cucire, soldi risparmiati con cura e segreti
raccontati a foglietti stropicciati.
Eppure, si diceva che avvicinandosi si riusciva a sentire ancora
l’aroma lontano di quei buonissimi cioccolatini, che erano un regalo e
venivano addirittura da Torino, un posto in cui nessuno era mai stato.
E questo era tutto quello che bastava per rendere la scatola speciale.
Lui sapeva raccontare il suono delle onde e l’odore salmastro, e
sapeva dipingere il blu del mare che si infrange sul bagnasciuga
diventando sempre più chiaro e con un pennellino disegnava delicata la
cresta bianca delle onde. Sapeva dei porti piccoli e grandi, delle
barche, delle vele, dei pesci.
Eppure al mare non c’era stato mai.
Ma quando era bambino un marinaio dal volto bruciato gli aveva
regalato una conchiglia e gli aveva detto che, avvicinandola
all’orecchio, lei gli avrebbe raccontato del mare. Lui così aveva fatto
e per giorni aveva ascoltato. E allora, anche se la conchiglia in
realtà era un portasapone, nessuno gliel’aveva mai detto e, in fondo,
non importava. Perché lui del mare ne sapeva più di tutti e tutti
stavano ad ascoltarlo.
“Quartiere dormitorio”, così viene soprannominato spesso il quartiere
Portuense dai suoi residenti. Probabilmente per sottolineare come sia
un quartiere senza più intrattenimenti, dove la gente torna solo per
dormire. Questa denominazione però, può anche far immaginare un unico
grande condominio dove tutti gli abitanti del quartiere si ritrovano
quando è ora di andare a casa.
In quest’opera, composta da più fotografie di finestre e balconi della
zona assemblate insieme, si gioca a ricreare questa palazzina che
racchiuda tutte le vite degli abitanti del quartiere.
Le finestre e i balconi, unica cosa che traspare dall’esterno di una
casa, diventano vetrine. Raccolgono oggetti accatastati, piante,
decorazioni, panni stesi. Raccontano di abitudini, dimenticanze,
tradizioni. Ci permettono di scoprire frammenti delle vite degli
altri, di riconoscerci nel modo in cui stendono i panni o nelle piante
che curano, di fantasticare su cosa ci sia al di là. Anche se la verità
resterà sempre nascosta oltre queste finestre e a noi è permesso
conoscerne solo una parte.
Porta Portese è uno dei mercati più famosi di Roma. Si tiene ogni
domenica mattina ed è conosciuto per la sua vastità di prodotti,
talvolta bizzarri. L’opera è costituita da cento disegni, che
rappresentano in modo sequenziale la passeggiata di una donna
all’interno delle vie affollate, rumorose, piene di tesori.
La protagonista cammina, si guarda intorno, sceglie oggetti o vestiti,
vive la sua passeggiata curiosa e sola. Incontra un cane che la saluta
a suo modo. Non indossa mai lo stesso vestito e il colore dei capelli
muta. Non ha un nome. È chiunque abbia voglia di essere, mossa dalla
volontà di esplorare il posto e lasciarsi trasportare da ciò che la
circonda.
Le cartoline sono state per tantissimo tempo il modo per comunicare con
qualcuno lontano, per raccontare di un viaggio, per sentirsi vicini.
Nello spazio di poche righe si racchiudevano pensieri, promesse,
saluti accorati. Non si sapeva quanto tempo ci avrebbero messo ad
arrivare e nemmeno se sarebbero arrivate davvero, ma valeva la pena
tentare. Ora, le cartoline non le manda più nessuno, in un mondo dove
siamo sempre iper connessi non siamo più abituati ad aspettare tra un
messaggio e l’altro. Nei mercatini dell’usato, però, ci sono centinaia
e centinaia di cartoline accatastate, custodi di segreti mai arrivati,
perse da un postino indaffarato, aspettate a lungo e mai ricevute.
Le artiste hanno cercato tra queste pile di cartoline, perdendosi nei
frammenti di un mondo fatto di carta e francobolli. Dalla loro ricerca
nasce quest’opera: una raccolta di cartoline spedite a indirizzi del
quartiere Portuense, appese a dei fili così da creare una sorta di
tenda, per dare la possibilità ai visitatori di girarle e scoprire il
messaggio che portano.
PANTANEO nasce all’inizio del 2024 da un gruppo di giovani
artisti. L’intento è quello di dar vita a uno spazio fisico e ideale,
di incontri e scontri creativi e culturali; un posto dove tutto possa
essere nuovo.
Nel primo anno di vita abbiamo realizzato cineforum, mostre,
presentazioni di libri, cortometraggi e di voglia e di idee ce ne sono
ancora tante. Adesso stiamo crescendo con l’obiettivo di costruire una
rete di supporto reciproco tra tutti quelli che, come noi, stanno
muovendo i primi passi nel mondo dell’arte.
Il Collettivo integrale al miele è nato a Roma nel 2024. È
formato da tre ex studentesse dell’Accademia di Belle Arti di Roma,
Ilaria Racca, Elena Griscioli e Ludovica Lantieri, che hanno deciso di
creare un gruppo di lavoro dopo aver terminato gli studi. Cooperano
mettendo a disposizione idee, tempo e risorse. Il loro punto di forza
risiede nella capacità di rendere costruttive le loro divergenze di
opinioni, fatte di vedute contrastanti, metodi di ragionamento a volte
agli antipodi e utilizzo di tecniche disparate. La loro ricerca
artistica è piena di tesi, antitesi e sorprese.
Elena Griscioli, classe 1998, sin dalla tenera età si avvicina
all’arte quasi come principale mezzo di espressione. Studia
all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove consegue il diploma
accademico di secondo livello in Pittura nel 2024. L’approccio a varie
discipline dell’arte visiva ha stimolato la sua ricerca artistica in
modo libero e senza vincoli, attraverso una continua contaminazione
tra esse. Le sue figure antropomorfe, spesso deformate, sono frutto
del progressivo disvelamento della realtà attraverso il filtro del suo
sentire.
Ilaria Racca nasce a Bracciano (RM) nel 1998. Frequenta il liceo
scientifico, mentre coltiva un profondo interesse per l’arte in tutte
le sue forme. Nel 2024 consegue il diploma accademico di secondo
livello in Pittura, presso l’Accademia di Belle Arti di Roma,
presentando una tesi che riflette il ruolo della bugia nell’arte.
Attualmente è membro di un collettivo artistico, pensa fuori dagli
schemi e colora fuori dai margini.
Deborah Villa nasce sotto il segno del cancro il 14 luglio. Si
dedica da sempre all’arte, sia professionalmente, conseguendo il
diploma presso il liceo artistico Hajech e laureandosi in architettura
al Politecnico di Milano, sia come hobby nel tempo libero. Associata a
studi professionali, vive tra Milano e Roma. Attraverso corsi di
approfondimento ottiene il diploma di arteterapeuta alla Lyceum
Academy, con particolare attenzione al colore. La preferenza è per
tecniche materiche e collage.
Anita Colombo è nata il 31 marzo 2001 quando stava già quasi per
diventare pesce d’aprile. Ha iniziato subito a raccontare storie a
peluche, bambole e persone. Non l’hanno mai ascoltata tanto, ma lei
non ha mai smesso. Nel frattempo, si laurea in scrittura creativa,
consegue un diploma in sceneggiatura cinematografica e colleziona
varie esperienze di vita bizzarre. Adesso vive a Roma, organizza eventi
con PANTANEO, passeggia a lungo e beve poca acqua.
Carolina Carnevale nasce a Roma nel 2002, viaggiando tra la
Polonia e la Calabria per andare a trovare i nonni. Frequenta il liceo
classico dove scopre la passione per la prosa e la poesia. Studia
sceneggiatura all’Accademia del cinema Renoir, nel frattempo si laurea
presso l’Istituto Armando Curcio, con una tesi in cui traduce antiche
fiabe francesi. Social media manager di PANTANEO, continua a coltivare
il suo interesse letterario dando vita a personaggi inconvenienti.
Mario Tarantino inizia la sua formazione artistica durante
l’adolescenza, quando comincia ad aprirsi a molteplici interessi e a
manifestare una grande curiosità per la scoperta del bello. Si cimenta
prima a modellare delle teste impiegando l’argilla, per passare poi a
materiali più duri come la pietra leccese, il legno d’ulivo e il
ferro-cemento. Negli anni 2014-18 frequenta una scuola d’Arte e
Mestieri in Belgio, ed apprende o approfondisce nuove tecniche
operative. Rientrato in Italia, la sua ricerca evolve verso una nuova
forma d’arte: le “nature made”, in legno d’ulivo, ovvero composizioni
che la natura ha modellato e che il fuoco ha scavato in modelli
astratti.
Lorenzo Esposito nasce a Catanzaro nel 1998, si trasferisce a
Roma a soli nove mesi. Nel corso degli anni esplora diverse tecniche
come pittura, scultura, xilografia e animazione in stop motion. Nel
2022 consegue il diploma accademico di secondo livello in Pittura
presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Attualmente, oltre a
impartire lezioni private di disegno e pittura, è responsabile del
reparto espositivo e grafico di PANTANEO.